DON LORENZO MILANI

Proprio in questi giorni si celebra il cinquantesimo anniversario della morte di Don Lorenzo Milani, prete per molti anni considerato scomodo e per questo molto spesso emarginato e lasciato solo dalla chiesa, anche se ultimamente è stato tentato un riavvicinamento, come mostra la visita di papa Francesco alla sua tomba.

Le mie parole qui di seguito vogliono essere un’introduzione alla vita, alla persona e all’attività di don Lorenzo Milani, che vi invito ad approfondire attraverso gli scritti di e su di lui, per conoscere l’uomo unico e speciale che era.

Le vere parole di Don Milani

Lorenzo Milani nacque a Firenze il 27 maggio 1923 da Albano Milani e Alice Weiss. Il padre era un chimico figlio di Luigi Adriano Milani, archeologo e numismatico (fu colui che scoprì la statua greca chiamata in suo onore “Apollo Milani” che oggi si trova al Museo Archeologico di Firenze), sposato con Laura Comparetti, altra famiglia illustre. Alice Weiss, la madre, apparteneva a una famiglia ebrea, anch’essa benestante e molto colta. Lorenzo ricevette in casa una prima educazione scolastica, che comprendeva anche le lingue straniere apprese grazie alle istitutrici di diverse nazionalità; nel 1930 la famiglia si trasferì a Milano dove Lorenzo si diplomò al liceo classico e successivamente s’iscrisse all’Accademia di Brera. Nel 1942, a causa della guerra, tornarono a Firenze e l’anno successivo Lorenzo entrò in seminario. Nel 1947 fu ordinato prete e mandato a Montespertoli e da lì a San Donato a Calenzano. Nel 1954 fu nominato priore di Barbiana dove rimase fino alla sua morte avvenuta il 26 giugno del 1967 a causa di una leucemia.

La conversione di Lorenzo colse tutti di sorpresa, sia perché entrambi i suoi genitori erano agnostici e anticlericali, quindi lui stesso aveva ricevuto un’educazione sostanzialmente laica, sia perché da ragazzo non aveva mostrato alcun interesse per la religione.

Fino ai venti anni, quindi, Lorenzo visse e appartenne alla borghesia fiorentina, cresciuto in una famiglia agnostica e molto colta, ma una volta scelta la strada del seminario, rinnegò completamente la sua vita precedente e soprattutto la società a cui apparteneva, e si dedicò esclusivamente all’educazione dei poveri. Creò, così, a Gigliola, poi a Calenzano e infine a Barbiana una sorta di scuola per insegnare ai figli dei contadini e degli operai. La missione sacerdotale era per don Milani l’impegno sociale che consisteva nella redenzione culturale, l’unica che può successivamente permettere un riscatto sociale all’uomo.

Don Milani mostrò quanto fosse classista il sistema scolastico: solo i ricchi potevano permettersi di studiare fino a 30 anni, perché tanto avevano le famiglie alle spalle che li mantenevano, senza oltretutto rinunciare a un livello di vita molto alto, mentre i poveri era già tantissimo se potevano frequentare le elementari e, anche in quel caso, dedicando il resto della giornata al lavoro.

Don Milani con la sua scuola volle fornire ai ragazzi degli strumenti per sapersi muovere nel mondo e smettere quindi di essere sfruttati; egli non voleva inculcare nella mente dei ragazzi ideologie, valori o prese di posizioni dettate da altri, nella maggior parte dei casi dalle classi dominanti, ma voleva che loro fossero capaci di formulare un proprio ragionamento e prendere una propria posizione motivata. Solo così ogni essere umano si può elevare nella società e non essere più oppresso e sfruttato da altri.

 

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